venerdì, 20 febbraio 2009

BrigateUnoBrigateDue

postato da: AdriRips alle ore 14:51 | Permalink | commenti
categoria:faglia, stefano di segni
domenica, 08 febbraio 2009

Immagini:  praticamente ogni servizio che i media dedicano ad Eluana Englaro è accompagnato dalle foto di lei giovane e ridente, piena di vita.  E siccome uno di meccanismi più semplici e potenti attraverso cui creiamo le nostre rappresentazioni del mondo è l'associazione di stimoli che troviamo ripetutamente accoppiati, tutti credo (anche io) se pensiamo Eluana con gli occhi della mente la vediamo "spontaneamente" così. Quel che razionalmente sappiamo, che questa persona da  17 anni è in coma vegetativo, tenuta in vita nutrendola artificialmente, non ha immagini, non ha una rappresentazione associata. Ho sentito alla radio un medico dire che una persona nelle sue condizioni è "come pietrificata". Ma non l'abbiamo mai vista così (perché  suo padre evidentemente non vuole, e dio sa quanto gli farebbe comodo far girare qualche foto di soppiatto) e fatichiamo ad immaginarla. La razionalità  fa fatica a prendere il sopravvento sui meccanismi semplici che ci portano a concludere: si vuole ammazzare una bella ragazza. Proviamo un senso di ingiustizia (i ragazzi non devono morire, se sono belli in qualche modo ancora meno). I media continuano a pubblicare foto, e ci sguazzano.

Parole: evidentemente le lesioni cerebrali che Eluana ha riportato non hanno intaccato il suo  sistema nervoso autonomo, ragione per cui respira (nonché forse ovula, come ci hanno graziosamente voluto far sapere). Questo fa sì che, se nutrito, il suo organismo sopravviva. Però Eluana oggi è solo questo, un'organismo i cui organi interni continuano a funzionare, e nulla più. Non ha coscienza di sé, non soffre (o se prova dolore non ha coscienza di provarlo: riuscite a immaginare cosa significhi questo? io no, ma esiste) e non gioisce (idem come sopra). Immaginando di mettermi dal suo punto di vista, di quella che è adesso, credo che esserci o non esserci per lei non faccia alcuna differenza perché, già da 17 anni, non c'è. La differenza però esiste per suo padre, che ritiene che sua figlia di 17 anni fa, quella che lui porta nel cuore (lui, non noi, che portiamo solo le sue foto di allora viste oggi) non avrebbe voluto questo. Solo che per interrompere "questo" occorre sospendere la nutrizione forzata.  Cioè fare qualcosa che per i nostri meccanismi semplici è semplicemente inconcepibile. Tendiamo a dimenticare l'aggettivo "forzata", mentre ci rimane bene impressa in mente la parola "alimentazione" perché sono per noi istinti primordiali sia mangiare, sia nutrire, dare da mangiare (e da bere) a chi riteniamo ne abbia bisogno: istinti, pulsioni  che esistono prima di qualsiasi spiegazione e che si sono sviluppati perché funzionali alla sopravvivenza  della specie. Decidere di "smettere di nutrire" qualcuno è contrario ai programmi del nostro dna. Non solo, ma perché l'organismo di Eluana muoia ci vuole inevitabilmente del tempo dal momento della sospensione della nutrizione forzata. E anche se sappiamo che non soffre, e che verrà in ogni caso sedata, è di nuovo molto difficile per la nostra razionalità prendere il sopravvento sui meccanismi semplici, che ci portano a concludere: si vuole lentamente e atrocemente far morire di fame e di sete quella ragazza. Proviamo un moto d'orrore. I media pubblicano titoli a 6 colonne "Per favore, almeno datele da bere!" e ci sguazzano.  

Molto altro ci sarebbe da dire sulle strumentalizzazioni, soprattutto di questi ultimi giorni, su quelle è molto più facile esprimersi, no?

Appunto: la storia di Eluana in sé, invece, è e rimane scomoda, comunque la si pensi. Perché ci chiede di decidere se seguire il nostro "io semplice" o quello riflessivo, che sono su posizioni inconciliabili. Io ho scelto il secondo, ma questo non significa che non senta anche il primo. Le parole,e prima ancora i pensieri, sono difficili.

Una mia amica ha postato su Facebook una poesia di Ceronetti, eccola:

Urlate urlate urlate urlate.
Non voglio lacrime. Urlate.
Idolo e vittima di opachi riti
Nutrita a forza in corpo che giace
Io Eluana grido per non darvi pace
Diciassette di coma che m’impietra
Gli anni di stupro mio che non ha fine.
Una marea di sangue repentina
Angelica mi venne e fu menzogna
Resto attaccata alla loro vergogna
Ero troppo felice? Mi ha ghermita
Triste fato una notte e non finita.
Gloria a te Medicina che mi hai rinata
Da naso a stomaco una sonda ficcata
Priva di morte e orfana di vita
Ho bussato alla porta del Gran Prete
Benedetto: Santità fammi morire!
Il papa è immerso in teologica fumata
Mi ha detto da una finestra un Cardinale
Bevi il tuo calice finché sia secco
Ti saluta Sua Santità con tanto affetto
Ho bussato alla porta del Dalai Lama.
Tu il Riverito dai gioghi tibetani
Tu che il male conosci e l’oppressura
Accendimi Nirvana e i tubi oscura
Ma gli occhi abbassa muto il Dalai Lama
Ho bussato alla porta del Tribunale
E il Giudice mi ha detto sei prosciolta
La legge oggi ti libera ma tu domani
Andrai tra di altri giudici le mani.
Iniquità che predichi io gemo senza gola
Bandiera persa qui nel gelo sola
Ho bussato alla porta del Signore
Se tu ci sei e vedi non mi abbandonare
Chiamami in cielo o dove mai ti pare
Soffia questa candela d’innocente
Ma il Signore non dice e non fa niente
Ho bussato alla porta del padre mio
Lui sì risponde! Figlia ti so capire
Dolcissimo io vorrei darti morire
Ma c’è una bieca Italia di congiura
Che mi sentenzia che non è natura
E il mio papà piangeva da fontana
Me tra ganasce di sorte puttana.
Cittadini, di tanta inferta offesa
Venga alla vostra bocca il sale amaro.
Pensate a me Eluana Englaro

postato da: AdriRips alle ore 23:34 | Permalink | commenti
categoria:psicologia, introspezione